recensione Morte nei fiordi di Satu Rämö
Morte nei fiordi di Satu Rämö: il lato più inquieto dell’Islanda
Autrice: Satu Rämö
Lingua originale: finlandese
Numero di pagine: 320 nell’edizione italiana Newton Compton
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Morte nei fiordi è il primo romanzo della serie dedicata a Hildur Rúnarsdóttir. Il titolo originale è semplicemente Hildur e il libro è stato pubblicato in Finlandia nel 2022. L’edizione italiana è tradotta da Paola Brigaglia e pubblicata da Newton Compton. Satu Rämö è finlandese, ma vive da molti anni in Islanda: questa doppia appartenenza si avverte nel suo modo di raccontare il Paese. Lo conosce abbastanza bene da coglierne abitudini e contraddizioni, ma conserva lo sguardo curioso di chi continua a osservarlo senza considerare nulla scontato.
Hildur Rúnarsdóttir lavora nella polizia di Ísafjörður, una cittadina sperduta nei fiordi occidentali dell’Islanda, e porta con sé il ricordo mai risolto della scomparsa delle sue due sorelle. Quando arriva Jakob Johanson, un apprendista poliziotto finlandese che cerca di allontanarsi da una situazione familiare dolorosa, i due vengono coinvolti in una serie di crimini apparentemente scollegati. Tra comunità isolate, vecchi rancori e segreti rimasti nascosti per anni, l’indagine finisce per avvicinarsi anche al passato di Hildur.
La prima cosa che mi ha attirato in Morte nei fiordi è stata l’ambientazione. L’Islanda raccontata da Satu Rämö non è quella levigata delle fotografie turistiche, fatta soltanto di cascate, aurore boreali e paesaggi incontaminati. È un territorio affascinante, ma anche difficile da abitare. Le distanze pesano, il tempo cambia senza preavviso e una strada bloccata dalla neve può trasformare un breve spostamento in un problema serio.
I fiordi occidentali non fanno semplicemente da sfondo alla vicenda. Influenzano le giornate, il carattere degli abitanti e persino il modo in cui vengono condotte le indagini. Il mare gelido, le montagne, il vento e le strade quasi deserte creano una sensazione di isolamento che accompagna tutto il romanzo. Non ho percepito il paesaggio come una decorazione, ma come una presenza silenziosa che rende più credibili le paure e i comportamenti dei personaggi.
Hildur affronta quell’ambiente entrando nelle acque dell’Atlantico con la tavola da surf. Non è soltanto un dettaglio inserito per renderla originale. Il freddo sembra essere il suo modo di mettere a tacere, almeno per qualche momento, ciò che non riesce a risolvere dentro di sé. È un’immagine che racconta molto del personaggio senza bisogno di lunghe spiegazioni psicologiche.
Hildur mi è sembrata una protagonista costruita soprattutto attraverso le sue ferite. È competente, osserva con attenzione e sa muoversi in una piccola comunità nella quale tutti, in un modo o nell’altro, si conoscono. Allo stesso tempo, non viene trasformata nell’ennesima investigatrice infallibile. Il suo passato continua a interferire con il presente e influenza il modo in cui guarda le vittime, le famiglie e le persone scomparse.
La sparizione delle sorelle Rósa e Björk, avvenuta quando Hildur era ancora una bambina, non è soltanto un mistero da risolvere. È diventata una parte della sua identità. Satu Rämö lascia emergere questo dolore poco alla volta, senza ridurre la protagonista al trauma che ha vissuto. Hildur cerca delle risposte, ma cerca anche un equilibrio che sembra sempre sul punto di spezzarsi.
Jakob porta nella storia un’energia diversa. Arriva dalla Finlandia per completare la propria formazione, ma anche per prendere le distanze da una difficile battaglia personale. È un uomo riservato, a tratti fragile, con la passione per il lavoro a maglia. Questo particolare avrebbe potuto trasformarsi in una trovata curiosa ripetuta fino alla noia. Invece contribuisce a renderlo concreto e mostra il suo bisogno di ordine e tranquillità.
Il rapporto tra Hildur e Jakob si sviluppa con cautela. Non formano la classica coppia investigativa costruita su battute continue, scontri forzati o rivalità artificiali. I due si avvicinano attraverso i silenzi, le esitazioni e piccoli segnali di fiducia. Entrambi hanno qualcosa da cui vorrebbero allontanarsi, ma nessuno dei due riesce davvero a lasciarsi il passato alle spalle.
Il ritmo del libro non punta sull’adrenalina. L’indagine procede insieme alle vicende personali e alle descrizioni della vita nei fiordi. In alcuni punti il romanzo rallenta e si prende il tempo per parlare di famiglie spezzate, rapporti di potere, emarginazione e persone abituate a sopravvivere senza attirare troppo l’attenzione.
Chi cerca un thriller fatto di inseguimenti e svolte continue potrebbe trovare questa scelta poco incisiva. Io l’ho considerata una caratteristica precisa del romanzo. Rämö sembra più interessata alle conseguenze dei crimini sulle persone che alla loro spettacolarizzazione. La tensione nasce soprattutto da ciò che rimane nascosto e dalla sensazione che, in una comunità tanto piccola, molti sappiano più di quanto siano disposti ad ammettere.
Non tutti i passaggi, però, hanno lo stesso peso. I fili narrativi sono numerosi e nella parte iniziale serve attenzione per capire quale direzione stia prendendo la storia. L’intreccio tra l’indagine del presente, il passato di Hildur e la vicenda personale di Jakob rende il romanzo più ricco, ma in alcuni momenti si avverte che diversi elementi serviranno anche a preparare i libri successivi.
È un limite piuttosto comune nei primi volumi di una serie. L’autrice deve raccontare un caso e, nello stesso tempo, costruire un mondo narrativo destinato a continuare. Alcune domande trovano spazio, mentre altre rimangono sullo sfondo. Non l’ho considerato un difetto grave, ma è bene sapere che Morte nei fiordi rappresenta soprattutto l’inizio del percorso di Hildur.
L’aspetto che trovo più riuscito è il contrasto tra la vastità del paesaggio e le dimensioni ristrette della comunità. Nei fiordi c’è moltissimo spazio, eppure per i personaggi è difficile sfuggire agli sguardi, ai ricordi e alle vecchie relazioni. Le persone possono vivere a chilometri di distanza e conoscere comunque la storia della famiglia altrui. Fare domande significa quindi toccare equilibri che esistono da anni.
Dopo l’ultima pagina non mi è rimasta soltanto la soluzione dell’indagine. Mi sono rimasti soprattutto Hildur, il suo modo ostinato di convivere con ciò che ancora non conosce, e un’Islanda molto diversa da quella rassicurante delle guide di viaggio.
Morte nei fiordi funziona meglio quando abbassa la voce e lascia parlare i luoghi, le abitudini e le fragilità dei personaggi. È un giallo nordico dal passo misurato, indicato soprattutto per chi apprezza le indagini che dedicano tempo alle persone e non considera l’atmosfera un semplice ornamento.
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